Shalom

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La pace sia con te e con il tuo spirito!

Omnia munda mundis

In panchina

Sei stato mandato in panchina.
Ricordi? fremevi di vita!
Ora guardi gli altri giocare
e tu
devi solo aspettare… aspettare…

ma cosa?
e quanto?
e perché?

Qual arbitro cieco la vita
così ha deciso per te.

-Evy-

Gli altri bimbi solo essi erano i bimbi: io no.
Io ero un bimbo che guardava
vivere gli altri, capitato a caso
tra gli altri sulla terra:
certo un bimbo
caduto da una stella,
ecco.
E la notte scivolavo dal letto per cercarla
di là dai vetri, al buio, la mia stella.

-Francesco Pastonchi-

Allenarsi alla solitudine

Cosa c’è di più triste della solitudine? Tutti ci ritroviamo a viverla prima o poi. Per un tempo o come status vitae.
Il più delle volte non per scelta deliberata e consapevole ma come condizione che si è venuta a creare, nella quale si è sprofondati sempre un po’ di più e da cui  spesso è  impossibile risalire.
Può accadere in conseguenza di incomprensioni mai superate.
O magari non si hanno più soldi in tasca da spendere in tavolate e festini con gli “amici”.
Capita anche di contrarre una invalidante malattia patologica.
E allora: prima circondati da amici, parenti e conoscenti, dopo…  siamo soli!
Tutti si sono dileguati.

A volte semplicemente gli “amici” non trovano più “interessante” la nostra compagnia e ci parcheggiano. Hanno trovato qualcosa di “meglio” (?) cominciano a frequentare nuove compagnie:  un “passatempo” nuovo e diverso di volta in volta… (!!!) E sfumano così nel nulla amicizie che sembravano solide e significative, non stupidi “schiacciapensieri:(   L’amicizia come l’amore non può sussistere se a un certo punto viaggia a senso unico! Se cominciamo a cogliere segnali di indifferenza e/o di insofferenza dall’ altra parte meglio evitare di insistere nel volerci relazionare con un muro. Ci si accorge quando qualcosa comincia a cambiare, ma tendiamo a sottovalutare i “segnali” per finire puntualmente con l’ ammettere “allora avevo visto giusto”…  Voce dell’ esperienza la mia che per indole sono prodiga in fatto di slanci  affettivi! Nel periodo attuale, ormai  stanca di batoste, mi sono proposta di  allenarmi alla parsimonia!

Guardandomi attorno, vicino e lontano, vedo  molti vecchietti  soli,  dimenticati come soprammobili impolverati  in un angolo di una stanza poco frequentata. Una realtà che  stringe il cuore. E mi ripropongo di allenarmi alla solitudine!

La vecchiaia viene per tutti, se vivremo a lungo. Saremo il vecchiume di turno nella società a venire.
Forse  – o piuttosto sicuramente – nessuno  più troverà piacevole e interessante la nostra compagnia.
Difficile che qualcuno avrà ancora piacere e gioia nel condividere  un po’ del suo tempoamicizia e interessi con noi; tutt’al più saremo compensati da qualche gesto carino motivato da  senso del dovere e un po’ di compassione e un giorno sì e uno no dal convenevole “come sta?”.  Anche se avremo ancora di che dare e di che gradire prima dell’ ultimo riposo!  Seppellirci vivi di certo non si può pur se considerati rottami arrugginiti e inutili.

Naturalmente auguro dal profondo del cuore a me stessa e a voi di vivere una vecchiaia serena e circondata da persone che ci vogliono bene , che ci “tengono” a noi.
Ma intanto… mi alleno.
Non vorrei ritrovarmi domani ad elemosinare affetto e attenzioni!
Sono del parere che solo quanto  è dato gratuitamente, liberamente, spontaneamente e con gioia abbia veramente valore.

Ragiono così perché esamino minuziosamente la realtà e i suoi diversi aspetti. Ragiono così perché osservo situazioni, comportamenti e attitudini.

E mi alleno.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

-Salvatore Quasimodo-

Quando l’anima è ferita

anima_ferita

Molte sono le spine e i triboli che possono ferirci dentro e debilitarci moralmente anche in modo permanente vita natural durante.  Come le fratture nel corpo possono renderci inabili nel fisico.

C’è chi sostiene che le ferite dell’anima si possano rimarginare, che l’anima può, deve guarire. Tra i pastori di anime ve ne sono di quelli che si occupano, appunto, di guarigione dell’anima. Con cura amorevole alcuni, altri con professionalità da quasi psicologi.

Nonostante i loro apprezzabili sforzi e le varie terapie applicate, io, in tutta sincerità, non sono pienamente convinta che le ferite dell’anima  possano sempre trovare guarigione. Ci sono ferite e ferite.  Alcune sono così gravi e profonde che basta poco perché riprendano a sanguinare. Non si può più essere gli stessi di  prima quando l’anima è stata crudamente  lesa…

Guai a me a causa della mia ferita;
la mia piaga è incurabile.
Eppure io avevo pensato:
«È solo un dolore che io posso sopportare».

-Geremia 10: 19-

La patata americana

post-it_spesaCon una rapida occhiata da massaia rileggo la mia lista della spesa.

Ok. C’è tutto. No, argh… il tè, dimenticavo il tè, non posso dimenticare il tè. Cerco una penna, un lapis, un pennarello: niente.  Sparisce tutto in questa casa. Mi do da fare per memorizzare in testa ripetendo ritmicamente:  tè tè tè…  comprare il tè tè tè…
Scendo le scale. Salgo in macchina. Avvio e parto.

Questa scena e le seguenti si svolgono come in un film…  avete presenti le scene al rallentatore? Bene, dimenticatele. Non fanno al caso al caso mio. Invece tenetemi presente come in una successione di scene accelerate.
Al supermercato introduco nervosamente la dannata monetina che mi permetterà di impadronirmi del carrello su cui ammassare prodotti di prima necessità e varie.
Non ho abbastanza tempo per confrontare i prezzi e per visionare   sconti- offerte speciali-prendi 3 e paghi 2, così “prendo il solito” dai soliti scaffali. Ne conosco ormai bene la predisposizione tanto che potrei fare la mia spesa a occhi chiusi.
Mi avvio alla cassa, sperando di non incontrare parenti e conoscenti che mi ruberebbero tempo in chiacchiere, conto le persone in coda, uno due tre… oddio sono ben sette. Sette persone  (sconosciute per fortuna) per sette carrelli ben forniti (ma quanto magna la gente, penso! :D )

Calcolo mentalmente : 7 persone x 7 carrelli traboccanti+1 cassiere che se la prende comoda = circa 30/40 minuti di attesa.  Siamo messi bene.
Finalmente arriva il mio turno, “sdivago” la roba sul banco, pago, mi carico dei sacchetti che un gentile commesso di colore, dietro mancia di 1 euro, ha riempito per me; rimetto in moto la fuoriserie e passo da mia madre per un saluto – veloce – manco a dirlo.

Lei mi mostra una patata americana che ha comprato al mercato pensando di regalarmela.

Mi dice: “mettila per metà in acqua, ma attenta a mettere fuori dall’acqua questa parte qui (me la mostra con l’indice) con i piccoli germogli. Hai capito?… questa parte qui bla bla…
Si, mamma, ok, mamma” rispondo “vado… ho fretta, devo preparare il pranzo” le do un bacino e scappo.
A casa sistemo la spesa in stipetti, credenza, frigo, bagno e… mumble mumble… ho l’impressione di aver dimenticato qualcosa… Nooo… il theeee, ho dimenticato il tè, e sì che m’ero inventata un rap in tema!
Pazienza. Finalmente posso sistemare la patata americana. Tengo un “vaso” adatto: un recipiente di vetro che una volta si usava per misura di mezzo litro di latte.

Ma… ahimè, da che parte ha detto la mamma che debbo immeggerla in acqua? Buio totale. potatoNon ricordo  i dettagli fondamentali del discorso di mamma intorno a radici e germogli del tubero di importazione extraeuropea. Lo sistemo come meglio mi pare, una parte devo pur immergerla in acqua, e se  caso vuole che io la  disponga in modo appropriato vedrò crescere le foglioline e man mano vedrò questa radice tuberosa nel muretto della veranda in cucina trasformarsi in una graziosa piantina rampicante con radici in acqua.
Il giorno dopo viene a trovarmi mia madre. Entra in cucina e i suoi occhi si dirigono immediatamente verso la patata. “Ma l’hai messa al contrariomi dicee che t’ho detto, niente ti ho detto? ” “Oh bè, le rispondo imbarazzata, mamma, meno male che sei arrivata tu, almeno facciamo in tempo a salvarla!

Ora di sicuro saprete  meglio di me che le patate americane (o patate dolci), esattamente come le nostre, non si prestano solo come piante ornamentali ma si mangiano. Ed io, che ho dimenticato il tè,  ho pensato bene di  comprarne un chiletto per cucinarle a pranzo già che erano in bella vista nel reparto ortofrutticolo del supermercato . A mamma non ho detto nulla delle mie patate, gliele avrei portate già cotte.

Il modo più comune di cucinare le patate americane è friggerle in olio di oliva o di semi. Ma le si può gustare anche al forno. Salate o dolci. Due esempi:

  • Con il sale:

Sbucciate e tagliate a pezzetti la patata. Metteteli in una teglia, aggiungete olio, sale e rosmarino e qualche spicchio d’aglio. Mescolate e cuocete in forno a 180° per circa 20 minuti.

  • Con lo zucchero:

Dopo averle lavate e spazzolate benino metterle a bollire con la buccia. Quando sono quasi cotte sbucciarle,  tagliarle a metà e cospargerle di zucchero di canna, cannella e burro.  Passare in forno caldo e lasciarle cuocere per una mezz’oretta.

Ed ora finalmente una scena al rallentatore. Le patate americane dopo tale trattamento vanno assaporate lentamente per apprezzare  le sfumature del gusto, magari ascoltando intanto un sottofondo musicale, di quelli che iniziano soft e poi si concludono con un tripudio di suoni . E’ incredibile come un tubero brutto e deforme possa diventare  una prelibatezza.

Meraviglie della Natura e dell’arte culinaria!

La croce

Non  è mia intenzione fare polemica su un argomento già molto controverso. Propongo una poesia di Michael Santhers che trovo ad hoc.

Croci d’oro
al collo di magnaccia
a proteggere marchette
- Nei covi a rassicurare assassini,
negli alberghi a ore a celare
tresche vizi sproloqui
- Imitate da pugili
in aiuto a stendere avversari,
da calciatori a ringraziamento
d’un goal,
da empi moribondi a farsi ponte
alla sponda giusta,
da soldati affinchè sia il nemico
a morire
- Povera croce
a quante stolture e futilità è chiamata
- Sia proibita ad ognuno
e diventi alto premio solo a coloro
che spendono la vita ad accendere
sorriso al prossimo da armonizzare
col cosmo
- Era questo l’intento sublime
di colui che martire l’indossò
- Salvate la croce da blasfemie
di falsi credenti.
————————————-
Da: Destini E Presagi

www.santhers.com

Fonte da cui ho copiato e incollato la poesia: ——->> QUI

Piove sul Corso Quattro Aprile

Triste mi è parso quest’oggi
riflesso del  cielo incupito
zuppo delle sue lacrime
Corso Quattro Aprile.
Figura sopita a bordo della Uno grigia
lo percorro da inizio a  fine
per fuggevole passaggio
in un’ anonima giornata di novembre.

A mo’ di cartolina in bianco e nero
mi appare il cittadino paesaggio;
monumenti sullo sfondo Chiesa Madre e Municipio,
stoici testimoni di fluide storie, vite,  immote cose.

Ai lati gli alberi muovono inconsulti le foglie
al soffio di un vento anarchico che prorompe vita.

-Evy-

corsoquattroaprile

Raccoglimento

Dovunque ci si giri, oggi, è tutto un gran parlare di raccoglimento.

In memoria dei defunti.

Niente in contrario: ognuno sceglie  di ricordare come vuole  i propri defunti. Ah sì, anche quelli degli altri, in uno slancio di empatico altruismo  o di solidale ipocrisia.

Mi sento out.

E non mi sforzo nemmeno di entrare nello spirito del 2 novembre, men che meno nel vortice consumistico che travolge la Commemorazione dei Defunti.

Non ho bisogno di una festa comandata per ricordare i miei morti, alcuni unici e insostituibili.   Si possono  forse racchiudere i moti del cuore in un  recinto?
Mi basta vivere momenti in cui l’oblio si inceppa e il  ricordo delle persone care che non sono più mi prende alle viscere, mi serra la gola, mi mozza il respiro.

Una insensata nostalgia mi porta allora a desiderare il riposo eterno. Per abitare dove essi abitano. Blando conforto si rivela sempre il pensiero di saperle al sicuro, irraggiungibili da tutto quello che è terrestre.

Ma ci sono altri morti da  ricordare. O dimenticare. In ogni caso esigono raccoglimento.
Sono seppelliti per sempre dentro me. Dentro noi. Non rivivranno mai più.
Sono speranze. Sono sogni. Come fiori sbocciati per un giorno o come piante coltivate per anni.
O volontà non confessate come aborti che mai hanno visto la luce del sole.

Scivolo in un ovattato silenzio. Per pochi attimi. Forse per qualche ora. Anche per giorni e mesi interi.

Si sgancia dal mio animo la voglia di partecipare a interessanti discussioni di gruppo.

Mi  abbandono,  solitaria eremita, a profonde meditazioni  sulla vita e sulla morte.  Sul perché delle cose.  Sul mistero di Dio e dell’Universo. Sul destino e sul caso.  Sul dolore e sulla felicità.  Sui presunti meriti della bellezza e le presunte colpe della bruttezza. Elaboro il mio lutto.
E in una pericolosa posizione alla ricerca di equilibrio tra la Materia e lo Spirito scavo tra i detriti del mio sepolcro e poi  volgo lo sguardo al Cielo, nel tentativo di ritrovarmi e di afferrare l’Ignoto che mi sfugge.

Noi, esseri pensanti,  sperduti e soli in un labirinto di questioni esistenziali fatto di pensieri razionali ed emozioni senza una forma definita,  stiamo, talvolta, dove nessuno riesce a penetrare .
E non ci si spiega quel senso di attesa di un non so che.   Come le vibrisse di un gatto i sensori dell’anima rimangono protesi alla percezione di passi felpati sul nudo pavimento, o di una melodia armoniosa che riesca a dare un senso a questo caos…

pianeta

Candy Candy

Chissà quanti la ricordano!  Quanti come me si saranno commossi  dietro alle sue avventure.  Io le seguivo  stando accovacciata a terra insieme ai miei nipotini.

Chi non sapesse chi è Candy Candy (molto improbabile) si aggiorni qui ché io vado di fretta :P ——->> Link

La prima commovente e significativa puntata del film in You Tube:

La canzone della sigla:

Candy Candy

Mamma, voglio proteggerti!

Ho seguito in tv la cronaca e le diverse dicerie intorno al fatto di stupro accaduto a Montalto ai danni di una ragazzina.
Quello che più mi ha colpita è il silenzio che, per un periodo,  la ragazza è riuscita a mantenere  intorno alla faccenda tenendosi dentro il proprio dolore.

In un secondo tempo ha dichiarato di non avere voluto parlarne subito con la mamma per evitarle un grosso dispiacere.

La cosa, per quanto assurda e inconcepibile, non mi stupisce.  In un primo tempo ho pensato che io non avrei mai potuto tacere una cosa del genere. Però, riflettendo, sono stata una figlia ragazzina anche io. Ben conoscendo l’ipersensibilità di mia madre e riuscendo a prevedere le sue reazioni spesso ho preferito tenerla fuori da fatti che mi affliggevano per non affliggere lei!
Oggi sono madre anche io di una ragazzina. E sono particolarmente apprensiva. Spesso l’ansia che ho per lei mi fa vedere e giudicare le cose che la riguardano con scarsa lucidità.
Ricordo quando nacque: era così piccola. Tenendola fra le braccia ho pensato che l’avrei difesa dal mondo intero.
Siamo state molto unite durante il periodo della sua infanzia. Lei mi considerava la sua eroina e correva sempre da me anche per ogni piccolezza che le facesse scorrere qualche lacrimuccia.
Poi è diventata un’adolescente. Carina anche. Ed io  sempre più ansiosa. Le cose sono un po’ cambiate tra noi.  Le ricordo regolarmente  che sono la stessa mamma di sempre e che voglio essere soprattutto sua amica, ma non mi confida tutto tutto. La cosa è normale fino ad un certo punto. Ognuno deve avere i propri spazi: non voglio essere una mamma impicciona  che vuole invadere tutti i territori della figlia come se questa fosse sua proprietà privata.
Ma c’è qualcosa che mi ha fatto riflettere e mettere in discussione. Ho saputo  dalle sue amiche qualcosa che la riguardava e che lei aveva preferito tacermi. Naturalmente mi sono inalberata e le ho detto che mai avrebbe dovuto tacermi qualcosa che la facesse soffrire, perché io sono la sua migliore amica, e voglio guidarla e aiutarla.  Per il suo bene!
Dopo un po’ di tempo è venuta a raccontarmi una situazione vissuta a scuola. Il sangue mi è andato alla testa e ho mostrato apertamente tutta la mia preoccupazione mentre blateravo che “sapevo io come risolvere quella faccenda” e “come si permettevano di trattare così mia figlia” etc… etc… e a ragione, devo dire!
Lei mi ha guardata e mi ha gridato in faccia: “ecco perché non voglio dirti le cose a volte… se le prendi così…”
Dio, com’è difficile essere genitori! E anche figli…